Psicosomatica: così lo stress fa venire il mal di cuore

Ragione e sentimento non sono così distanti come si è portati a pensare. Numerosi studi dimostrano, infatti, che esiste un’interazione complessa e vicendevole tra cuore e cervello, specie per quanto riguarda le emozioni negative.

La ricerca dato prova, infatti, che stress, rabbia e depressione possano portare alla lunga delle modificazioni fisiologhe che sono alla base di molteplici patologie dell’apparato cardiocircolatorio.

Già un decina di anni fa i medici Gregory Miller e Ekin Blackwell, preso atto della frequente associazione tra stress, depressione e disturbi cardiaci hanno individuato nella mediazione del sistema immunitario come potenziale nesso fra queste sue condizioni.

In sintesi, l’esito delle loro indagini hanno messo in luce come il male “dell’anima” determini l’attivazione di un insieme di strutture, in parte nervose in parte ghiandolari, che ha come ultimo passaggio la secrezione di adrenalina e cortisolo.

Il rilancio di quest’ultimo ormone provocherebbe uno stato di infiammazione cronica che indebolirebbe i vasi sanguigni; inoltre, la sovrapproduzione di globuli bianchi farebbe sì che questi ultimi si aggreghino depositandosi sulle pareti delle arterie, riducendone il diametro. Questo “strozzamento” avrebbe la conseguenza di ridurre l’apporto di sangue a cuore e cervello.

In uno studio affine i medici Alan Rozanski, Noel Bairey, David Krantz e altri colleghi partendo dalla constatazione clinica che uno stress psicologico acuto (un lutto improvviso; la perdita del lavoro o il pignoramento della casa, ad esempio) in persone “deboli di cuore” sono in grado di provocare anomalie dell’apparato cardiocircolatorio, anche gravi, hanno messo a punto un disegno sperimentale per esaminare questa associazione. Con questo obiettivo, hanno coinvolto 29 volontari assegnando loro dei compiti mentalmente stressanti.

Per studiare l’effetto della tensione emotiva sull’apparato cardiovascolare é stata impiegata la ventricolografia: un esame diagnostico che con un mezzo di contrasto riesce a “fotografare” l’emodinamica (le caratteristiche del flusso sanguigno) e il movimento della parete del ventricolo sinistro (quello maggiormente colpito dell’infarto).

Hanno così appurato che il 75% dei soggetti mostrava delle anomalie nella motilità del ventricolo, oltre ad un aumento della pressione: proprio questo mix, determinerebbe una rottura della placca aterosclerotica (il rivestimento interno dei vasi sanguigni, composto, per lo più, da colesterolo e tessuto cicatriziale) che porterebbe alla formazione di trombi che possono ostruire le arterie ed diventare causa di ischemie, anossie ed infarti.

Di recente, i cardiologi Ahmed Tawakol, Amorina Ishai, Richard Takx, assieme ad altri colleghi, hanno scoperto che l’esame di particolari strutture cerebrali può consentire una previsione del rischio più elevato di sviluppare in futuro delle patologie a carico del cuore e del sistema vascolare.

Per accertarsene, per prima cosa, gli studiosi hanno esaminato 293 individui sani tra il 2005 e il 2008: questo gruppo é stato sottoposto ad una serie di screening: PET per valutare lo stato di attività della loro amigdala (la regione emotiva del cervello), esame del midollo osseo e indagini per identificare possibili infiammazioni alle arterie. Inoltre, i volontari sono stati testati per stimare il loro livello percepito di stress.

Le stesse persone sono state riesaminate in un periodo che andava sai sette mesi ai tre anni; si é così che 22 di loro avevano avuto problemi cardiocircolatori o infarti. Questo sottogruppo si distingueva per un maggior livello di stress riferito è una più elevata attività dell’amigdala (la regione maggiormente coinvolta nell’elaborazione delle emozioni).

Parallelamente allo stato di eccitazione della “centrale” emotiva del cervello era stata rilevato un aumento dell’attività del midollo osseo, dove vengono prodotti buona parte dei componenti del sangue (globuli rossi e bianchi e piastrine).

Questa condizione determinava un’infiammazione dei vasi sanguigni, rendendoli più “fragili”. Infine, i livelli ematici di PCR, proteina C-reattiva, erano significativamente alti (la PCR , sintetizzata dal fegato, fa parte delle cosiddette proteine della fase acuta; un tipo di proteine secrete durante uno stato infiammatorio. La loro presenza non era stata rilevata in chi non aveva subito un infarto o un altro disturbo circolatorio).

L’amigdala non é la sola regione cerebrale coinvolta nella vulnerabilità o nella risposta cardiocascolare allo stress: altre due altre strutture, l’area 32 e l’area 25 o regione subgenuale (due aree che si trovano al di sotto del corpo calloso – la cerniera che unisce gli emisferi cerebrali) giocano un ruolo importante in questa funzione.

Lo hanno scoperto Chloe Wallisa, Rudolf Cardinalb, Laith Alexander e altri neuroscienziati che ha esaminato l’attività cerebrale delle marmosette (dei primati con comportamenti e, soprattutto, un cervello molto simile a quello umano) mentre gli animali venivano sottoposti a “pressione psicologica”.

L’indagine è partita dalla constatazione, emersa in studi precedenti, che queste aree (che fanno parte di complesso, noto come giro cingolato subcalloso, oltre ad essere uno oordinatore””di diverse regioni cerebrali corticali e sottocorticali (l’ipotalamo e il tronco cerebrale, responsabili dei cambiamenti nell’appetito e nel sonno; l’amigdala e l’insula, che influenzano l’umore e l’ansia; l’ippocampo, che svolge un ruolo importante nella formazione della memoria) ha una funzione importante nello sviluppo della depressione; tant’è vero che le anomalie del suo metabolismo chimico accompagnano questo disturbo.

Per esaminare il coinvolgimento di queste regioni cerebrali hanno impiantato sottili cannucce metalliche nel cranio delle scimmie piccoli tubi di metallo impiantati in in modo da somministrare in modo controllato dei farmaci che riducono temporaneamente l’attività in quelle aree.

Successivamente, le scimmie sono state esposte a tre condizioni sperimentale: nella prima, veniva fatto sentire loro un suono seguito da un’inatteso fragore; nel secondo lo stimolo sonoro precedeva uno stimolo innocuo (l’oscurità); nel terzo, il suono poteva essere seguito (in modo casuale al rumore assordante oppure dal buio.

In una successiva sessione dello studio ai topi veniva fatto sentire un segnale acustico e, che sistematicamente veniva seguito da una porta che si apriva, mostrando un serpente di gomma (un predatore particolarmente temuto da questo specie): in quel momento la frequenza cardiaca aumentava notevolmente; così come era successo con lo schiamazzo improvvisa.Nel giorno successivo, per sciogliere l’associazione, gli stessi animali venivano rimessi nella stessa condizione, ma dietro la porta non c’era niente.

Quanto veniva loro iniettato il farmaco nell’area 25, le scimmie si adattavano più rapidamente, comprendendo che non c’era più niente da temere dietro
la porta; per contro l’inattivazione dell’area 32 rendeva le marmosette più “ansiose” (cioè, si allarmavano anche in rapporto a stimoli inoffensivi).

In definitiva, l’inibizione della prima, quindi, toglie le paure e il blocco della seconda le rende generalizzate; queste due diverse condizioni, oviamente, portano il cuore, nel lungo termine, ad essere affaticato o ad un’attività irregolare oppure più forte
e “resistente agli urti”.

Fonte: https://www.linguaggiodelcorpo.it/2017/12/19/stress-infarto_disturbi_cardiocircolatori-psicosomatica/

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