Levitazione con uso del Suono

In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.

La Levitazione

La Levitazione

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Disseminate su una vasta area, si trovano varie strutture megalitiche, soprattutto templi, e numerosi monoliti scolpiti e blocchi da costruzione caduti del peso di 100 tonnellate ciascuno. Prima di essere ricostruita in epoca moderna, gran parte di quel che restava di Tiahuanaco giaceva al suolo, come se l’avesse rovesciata una mano invisibile di immensa potenza distruttiva. In realtà la sua fine fu determinata molto probabilmente da una serie di calamità naturali come terremoti e inondazioni – eventi che probabilmente fecero innalzare il lago Titicaca dal livello del mare alla sua altitudine attuale di oltre tremila metri.

La datazione della città è controversa, È molto antica, quanto nessuno è in grado di dirlo; tuttavia nel 1911 un’indagine approfondita svolta dall’autorevole archeologo Arthur Posnansky, professore dell’università di La Paz, ne attribuì la data di fondazione intorno a1 10.000 a.C., presumibilmente durante le catastrofi planetarie che accompagnarono la fine dell’ultima Era Glaciale. Successivamente altri importanti studiosi confermarono la grande antichità di Tiahuanaco, anche se archeologi e storici convenzionali generalmente datano il sito appena al 700 d.C.

Porta del sole

Porta del sole

Il pezzo principale delle rovine della città è la Porta del Sole, un gigantesco portale in pietra del peso di una decina di tonnellate, sulla cui facciata è scolpita una figura maschile che impugna due lunghi bastoni. Si tratta del leggendario fondatore di Tiahuanaco, Ticci Viracocha, o Thunupa, che emerse da un’isola al centro del lago all’inizio del tempo, e con i suoi seguaci, detti “”i viracocha””, fondò la città prima di spostarsi a nord, diffondendo la civiltà ovunque andasse.-

Ticci Viracocha

Ticci Viracocha

Una leggenda, narrata dai locali indios aymara a un viaggiatore spagnolo che visitò Tiahuanaco poco dopo la conquista, parla della fondazione della città avvenuta all’epoca della Chamac Pacha, o Prima Creazione molto prima dell’ arrivo degli incas. I primi abitanti, dotati, secondo la legenda, di poteri soprannaturali, erano capaci di sollevare miracolosamente dal terreno le pietre che “”… venivano trasportate dalle cave di montagna attraverso l’aria al suono di una tromba””.

La Bolivia è agli antipodi dell’Egitto, eppure abbiamo qui una testimonianza che fa pensare che anche gli antichi popoli delle Americhe conoscessero proprietà del suono che vanno al di là della nostra comprensione.

Da dove nascevano questi miti se non erano basati su qualche realtà storica? È possibile che esista un legame tra tradizioni così lontane fra di loro?

A Giza come a Tiahuanaco è stata attribuita una data di fondazione che risale a prima della fine dell’ultima Era Glaciale, 15000-I0000 a.C. circa. è possibile che una tecnologia acustica sia stata esportata in diverse regioni della terra da una cultura globale finora sconosciuta?

Gli indios aymara boliviani e peruviani raccontarono ai primi viaggiatori e storici spagnoli che Viracocha non era soltanto un civilizzatore e un operatore di portenti, ma anche uno scultore, un agronomo e un ingegnere che “”fece sì che terrazze e campi si formassero sui fianchi ripidi dei burroni, e mura di sostegno sorgessero a puntellarli””. Ma diversamente da loro, Ticci Viracocha aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, era alto di statura e aveva capigliatura e barba bionde o bianche.

Portava una lunga tunica bianca con una cintura in vita, e possedeva un “”fare autorevole””. Innumerevoli volte il grande portatore di sapere venne raffigurato così nel folclore e nelle leggende del Sud America, sottolineando il suo evidente aspetto caucasico. Cosa strana, poi, proprio a lui fu attribuita la capacità di muovere i blocchi di pietra con mezzi misteriosi. Un racconto ce lo presenta mentre per primo crea un “fuoco” celeste, che “si spegneva al suo comando, ma le pietre non venivano consumate così che i grandi blocchi potevano essere sollevati con le mani, come fossero di sughero”. Chi erano, esattamente, questi viracocha, e perché veniva loro attribuita la capacità di spostare i blocchi di pietra solo mediante mezzi soprannaturali?

Solo con un fischio

Spostandoci a nord della penisola messicana dello Yucatán, troviamo, nascosti nel fitto della foresta, gli antichi templi dei maya, una civiltà precolombiana dotata di una cultura incredibilmente evoluta. Il loro straordinario impero fiorì nel primo millennio dell’era cristiana, ma è chiaro che avevano ereditato le loro profonde conoscenze da una cultura molto precedente. I maya erano indicibilmente ossessionati non solo dai cicli del cielo e dai movimenti delle stelle ma anche dal passaggio del tempo. Il loro complesso calendario, per esempio, poteva calcolare con precisione date di centinaia di milioni di anni addietro, individuando esattamente il giorno e il mese in cui un certo giorno cadeva.

Calendario Maya

Calendario Maya

Uno dei complessi di templi più misteriosi lasciatici dai maya è quello di Uxmal, realizzato, secondo la leggenda, da una razza di nani. Più strana, però, è l’informazione che una leggenda maya ci dà su questi mitici nani: “Per loro il lavoro di costruzione era facile, non dovevano far altro che un fischio e le pesanti pietre andavano al loro posto”. A questi potenti nani erano dovute tutte le più antiche realizzazioni del tempo della Prima Creazione, per le quali dovevano solo “fischiare perché le pietre si mettessero nelle costruzioni nella giusta posizione o perché la legna da ardere venisse da sola dalla foresta fino al focolare”.

Nonostante questi poteri soprannaturali, i nani sarebbero stati distrutti da un grande diluvio, anche se molti avevano tentato di mettersi in salvo nascondendosi sottoterra in “grandi serbatoi di pietra come le riserve d’acqua sotterranee, che loro vedevano come barche”.

Troviamo qui, ancora una volta, astratte e forse confuse storie su una razza prediluviana capace di usare il potere del suono per costruire mura di pietra. È facile etichettare questi racconti come fantasie di ignoranti, ma i popoli dell’Egitto e delle Americhe non erano i soli a impiegare il suono nella costruzione dei loro più antichi monumenti.

Costruito al suono di una lira

Secondo gli autori classici greci, Tebe, capitale della Beozia – un antico regno situato a nord ovest di Atene – fu fondata dal fenicio Cadmo, famoso viaggiatore e civilizzatore. Questa grande città, detta Cadmeia in onore del suo fondatore, sarebbe stata completata da un figlio di Zeus di nome Anfione. La cosa più singolare è che Anfione era capace di spostare grosse pietre al suono di una lira, e in questo modo poté costruire le mura di Tebe. Pausania, il geografo greco del secondo secolo dopo Cristo, parla infatti di Anfione che costruisce le mura della città “alla musica della sua lira”, mentre i suoi “canti attiravano dietro di lui perfino le pietre e gli animali”. Anche Apollonio Rodio, vissuto nel terzo secolo prima di Cristo, riferisce poeticamente nelle Argonautiche di Anfione che cantava “forte e chiaro accompagnandosi con la lira d’oro, seguito passo passo da grandi massi”.

Si tratta di semplici favole, basate su invenzioni ed esagerazioni letterarie molto più antiche, o rappresentano in qualche modo la memoria confusa di un tempo in cui gli abitanti di Tebe, uniti sotto un fondatore chiamato Anfione, erano in grado di usare il suono della lira per spostare massi e innalzare mura?

Sembra incredibile, ma se tradizioni del genere poggiano davvero su ricordi alterati di eventi reali, potrebbero contenere importanti informazioni sulle origini di questa tecnologia perduta. Le tradizioni riguardanti Cadmo indicano chiaramente che Tebe fu fondata da immigrati fenici che dovettero stabilirsi qui nel terzo o secondo millennio a.C. Cadmo, si dice, introdusse in Beozia l’alfabeto fenicio e il culto di divinità fenicie ed egizie, quindi è possibile che abbia portato con sé, dalla sua terra di origine, anche eventuali conoscenze relative alla tecnologia sonica.

La Fenicia era sede di una grande civiltà marinara fiorita verso il 2800 a.C. nella regione del Mediterraneo orientale che oggi comprende il Libano e la Siria nordoccidentale. Era costituita da una serie di città-stato, ciascuna con un proprio governo e una propria cultura, unite solo dal commercio, dalla religione e dall’abilità nella navigazione. I fenici erano i più grandi marinai dell’antichità, ma essi stessi dicevano di avere appreso le tecniche marinare da una precedente razza di dei.

L’ideazione di Betulia

Come la mitologia classica, le leggende fenicie parlano di un’età dell’oro che precedette la storia ufficiale, quando gli dei e gli uomini vivevano gli uni accanto agli altri. L’argomento è trattato negli scritti di Sanchoniatho, il più antico storico fenicio di cui abbiamo conoscenza, che visse prima delle guerre di Troia, intorno al 1200 a.c.. Egli parla del dio Urano, o Cielo, fondatore della prima città chiamata Biblo, che ancora oggi è un fiorente porto libanese. Da qui la razza degli dei colonizzò l’intera sponda orientale del Mediterraneo. Sanchoniatho ci informa anche che uno degli dei, Taautus (il Thoth egiziano, l’inventore della scrittura), fondò la civiltà egizia.

Sapendo tutto ciò, mi incuriosì la scoperta negli scritti di Sanchoniatho di un riferimento alquanto ambiguo alla levitazione delle pietre. Senza fornire alcuna spiegazione, lo storico fenicio afferma che Urano “ideò Betulia creando pietre che si muovevano come dotate di vita propria”.

La parola Betulia indica in questo contesto grandi pietre grezze di dimensioni ciclopiche. È possibile che questa cultura fenicia di Biblo, che Sonchoniatho identifica con una razza di dei, possedesse la capacità di sollevare i blocchi di pietra usando la potenza del suono? Potrebbero gli dei aver trasmesso questa capacità ai loro discendenti fenici, che a loro volta la portarono in Beozia al tempo di Cadmo e Anfione? E se così fosse, da dove potrebbe essere giunta questa conoscenza sulla tecnologia del suono?

Tanto i fenici quanto i loro contemporanei greci, i micenei, erigevano mura ciclopiche. Delfi, Micene e Tirinto furono tutte costruite, originariamente, con enormi blocchi di pietra di dimensione e peso enormi. Un disegno ottocentesco di un muro in pietra gigante appartenente alla città-stato fenicia oggi scomparsa dell’isola di Aradus, di fronte alla costa siriana mostra massicci blocchi di pietra, alcuni lunghi fino a 3 metri e pesanti dalle 15 alle 20 tonnellate ciascuno, come nella figura .

È inutile dire che esiste una netta somiglianza tra queste strutture ciclopiche e quelle della piana di Giza, in Egitto. Sappiamo che già nel 4500 a.C. popoli di una cultura prefenicia avrebbero navigato non solo nel Mediterraneo ma anche lungo la costa atlantica oltre lo stretto di Gibilterra. È possibile che questo popolo marinaro prima sconosciuto abbia in qualche modo ereditato l’uso della tecnologia del suono da una cultura ancora più antica: forse gli dei degli Anziani dell’Egitto?

Si sa che Biblo era un’attiva cittadina già attorno al 4500 a.C., e che nel 3000 a.C. circa era diventata una civiltà marinara che intratteneva scambi commerciali con paesi come Creta e l’Egitto. Molti studiosi sono propensi a credere che Biblo ebbe un suo ruolo importante nella nascita dell’Egitto faraonico. È dunque possibile che una cultura abbia ereditato dall’altra la conoscenza della tecnologia del suono? E quale fu delle due che ereditò? A questo problema, almeno per il momento, non c’è una risposta chiara. È il caso però di ricordare che fu attorno al 3500 a.C. che in Egitto si cominciò ad applicare quell’incredibile tecnica litica che, come ho già mostrato, utilizzava attrezzi ad alta tecnologia quali seghe lineari e circolari, torni meccanici e trapani a ultrasuoni.

Per il momento è sufficiente sapere che le tradizioni che collegano il suono alla costruzione di edifici sono universali e non limitate a una particolare etnia, cultura, religione o a uno specifico continente. Ciononostante, gli scettici diranno che leggende del genere sono tutte nate semplicemente dalla superstizione. Per giunta, quando anche fossero “reali”, non ci direbbero praticamente nulla sui metodi eventualmente impiegati nell’antichità per ottenere la levitazione sonica.

Ciò di cui avevo bisogno erano resoconti più affidabili sulla tecnologia sonica e dopo lunghe ricerche trovai quello che cercavo: la testimonianza diretta di due viaggiatori occidentali che avevano assistito all’uso di questa tecnologia, in Tibet, nella prima metà del ventesimo secolo: le due storie sono state entrambe raccolte negli anni cinquanta dall’ingegnere e scrittore svedese Henry Kjellson.

Lo strano caso del dottor Jarl

Il primo caso riguarda un medico svedese, a cui Kjellson attribuisce il nome fittizio di “Jarl”. Negli anni Venti o Trenta – la data esatta non viene fornita – Jarl accettò l’invito di un amico tibetano di andare a trovarlo al suo monastero, situato a sud-ovest della capitale Lhasa. Fu durante il suo anno sabbatico che Jarl avrebbe assistito alla levitazione di blocchi di pietra, alti e profondi un metro e larghi uno e mezzo, mediante l’uso del suono.

L’evento avrebbe avuto luogo in un prato vicino, leggermente in salita verso una parete montuosa orientata a nord-ovest.

Jarl aveva notato che a circa 250 metri sulla parete rocciosa si apriva l’imboccatura di una grande caverna preceduta da un’ampia cornice, accessibile solo tramite funi calate dalla cima dello strapiombo. Qui i monaci stavano costruendo un muraglione in pietra. Notò anche che, a una distanza di circa 250 metri dalla base della parete, era stato interrato un grosso masso piatto, la cui superficie superiore mostrava un ampio avvallamento a tazza, profondo 15 centimetri. Circa 63 metri dietro la pietra interrata, un folto gruppo di monaci vestiti di giallo sembravano intenti a preparare un’operazione coordinata. Alcuni avevano enormi tamburi altri lunghe trombe, molti altri si stavano schierando in lunghe file, mentre uno dei monaci con una corda fornita di nodi segnava accuratamente la posizione di ciascuno. Jarl contò 13 tamburi e 6 trombe: gli strumenti erano situati a circa 5 gradi l’uno dall’altro, formando un arco di cerchio di poco più di 90 gradi centrato sul masso a tazza.

Dietro ogni strumento c’era una fila di otto o dieci monaci, la cui disposizione complessiva aveva l’aspetto di uno spicchio di ruota.

Al centro dell’arco c’era un monaco con un piccolo tamburo appeso al collo con una tracolla di cuoio. Ai suoi lati c’erano altri due monaci forniti di tamburi di media dimensione. Questi erano appesi a telai di legno con corregge di pelle fissate a un paio di bastoni che li attraversavano longitudinalmente fungendo da leve di direzione.

Da un lato e dall’altro di questi due tamburi c’erano altri monaci con le ragdon, enormi trombe lunghe tre metri. Al di là di questi, ai due lati, un altro paio di tamburi di media grandezza, poi una coppia di tamburi ancora più grandi, anch’essi sostenuti da telai di legno tramite cinghie di cuoio fissate ai bastoni.

Progredendo simmetricamente verso l’esterno sui due lati completavano questa vera e propria orchestra: altre due ragdon, altri quattro tamburi grandi (due per lato), altre due trombe e, infine, due ultimi tamburi (vedi figura sotto). I tredici tamburi erano ricoperti di pelle su un solo lato, e il lato aperto era puntato verso il masso a tazza.

Mentre Jarl osservava la scena, il primo blocco di pietra fu trascinato fino al masso su una slitta di legno trainata da yak.

Presto i monaci trasferirono il peso sull’avvallamento e si ritirarono per permettere l’inizio dell’operazione.

I diciannove strumenti erano tutti puntati come cannoni verso il blocco di pietra, e quando tutto e tutti furono al loro posto, il monaco con il tamburo piccolo cominciò a salmodiare ritmicamente con voce bassa e monotona, battendo con una mano sul lato dello strumento ricoperto di pelle.

Questo emise un suono secco e duro che colpì dolorosamente le orecchie di Jarl. Per tutta risposta, le ragdon suonarono e gli altri tamburi furono percossi con grosse mazze lunghe 75 centimetri e con la testa coperta di pelle.

Di ciascun tamburo si prendevano cura due monaci, che vi battevano a turno.

A parte il monaco con il tamburo piccolo, nessuno pronunciò una parola.

Mentre quella strana cacofonia continuava, Jarl tentò di imprimersi nella mente la sequenza dei tamburi. Il ritmo inizialmente era molto lento, poi prese una tale velocità che egli ben presto non riuscì più a seguirlo: il loro pulsare si fuse diventando un muro compatto di suoni. Incredibilmente, il suono acuto del tamburo piccolo riusciva a penetrare il fragore combinato di trombe e tamburi. Questo gli fece pensare che era usato per segnare il tempo.

Passarono quattro minuti senza che accadesse nulla di insolito.

Poi, all’improvviso, il blocco di pietra prese a ondeggiare leggermente, come se stesse perdendo peso, infine si sollevò in aria, oscillando da una parte e dall’altra.

Poi si alzò, mentre trombe e tamburi venivano inclinati nella sua direzione.

La pietra saliva sempre più in alto, accelerando la velocità e compiendo, secondo le parole di Jarl, un arco di parabola dirigendosi verso l’imboccatura della grotta.

Alla fine, mentre i monaci continuavano a soffiare nelle trombe e a picchiare sui tamburi, il blocco giunse a destinazione piombando di peso sulla cornice con tale forza che mandò polvere e schegge di pietra dappertutto.

Poi, improvvisamente, cadde il silenzio. Volgendo lo sguardo al gruppo dei monaci, circa 240, Jarl notò che nessuno di loro sembrava minimamente colpito da quell’esperienza. Subito fu portato un altro blocco di pietra e l’operazione si ripeté nello stesso modo.

Per alcune ore Jarl poté vedere che con questo metodo furono trasportati dai cinque ai sei blocchi all’ora.

Ogni tanto una pietra piombava sulla piattaforma con tale forza da andare in pezzi. Quando questo accadeva, i monaci che lavoravano nella caverna si limitavano a spingere i frammenti giù dalla cornice.

Jarl ammise di non essere riuscito a capire la funzione dei 200 monaci circa, in file di otto o dieci, dietro l’arco dei diciannove strumenti. Non emettevano alcun suono, limitandosi a osservare il tragitto di volo dei blocchi di pietra che salivano verso la parete.

A suo parere potevano essere lì per imparare la tecnica, o eventualmente per rimpiazzare i monaci che battevano sui tamburi e soffiavano nelle trombe. Oppure, concluse, per conferire un’atmosfera religiosa alla scena o magari avevano usato una forma di psicocinesi coordinata per agevolare il volo delle pietre.

L’aspetto più rivelatore del racconto è la meticolosità dei dettagli con cui Jarl registra il procedimento svoltosi quel giorno.

Annota ogni distanza, ogni angolo, ogni misura, riferendo anche dati apparentemente insignificanti. Sono troppe le informazioni presenti nella relazione conservata da Henry Kjellson per liquidarla come puro parto della fantasia.

La scelta degli strumenti, le specifiche distanze e gli angoli, il posizionamento dei blocchi di pietra su un masso a tazza al livello del suono, l’aumento graduale del suono delle percussioni, tutto fa pensare a una scienza esatta, a una tecnologia sonica ben nota alla comunità monastica visitata da Jarl. Una delle affermazioni più interessanti è quella che riguarda il modo in cui tutti gli strumenti erano costantemente puntati sul blocco di pietra, dall’inizio al momento in cui giungeva a destinazione.

Se è vero che le comunità monastiche tibetane usavano il suono per far levitare a grandi altezze blocchi di pietra, com’era possibile? Che cosa dobbiamo pensare dei 200 monaci schierati dietro i diciannove strumenti? Qual era la loro funzione?

Lettera A dell'alfabeto tibetano, utilizzata nella pratica della concentrazione.

Lettera A dell’alfabeto tibetano,
utilizzata nella pratica della
concentrazione.

Raggiungere una forma di psicocinesi coordinata, come sembra credere Jarl? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che l’idea di usare il potere della mente per muovere le rocce faceva parte un tempo della rigida pratica di meditazione nota come Dzogchen, una dottrina segreta trasmessa oralmente dai seguace del lamaismo tibetano e da singoli sciamani appartenenti a una religione prebuddista che ha il nome di Bonpo.

Cantando in silenzio

Il resoconto di Jarl rappresenta un’affascinante testimonianza di un tipo di tecnologia sonica di cui il mondo oggi ha perduto la conoscenza. Di per sé potrebbe non essere molto di più, ma fortunatamente non è l’unico esempio conservato da Kjellson.

Nel 1939 l’ingegnere e scrittore svedese assisté a una conferenza tenuta da un cineasta austriaco, chiamato Linauer, sui suoi viaggi in Tibet. Kjellson ebbe l’occasione in seguito di discutere a lungo sulle sue affermazioni e, convintosi della loro autenticità, le incluse nel suo libro Forsvunnen teknil ( Tecnologia scomparsa ), pubblicato nel 1961. Quello a cui Linauer sosteneva di aver assistito confermerebbe il racconto di Jarl, e getta nuova luce su quanto sappiamo a proposito delle presunte tecniche ultrasoniche dei costruttori delle piramidi.

Linauer affermò che, mentre si trovava presso un monastero isolato nel nord del Tibet, negli anni Trenta, ebbe il privilegio di assistere a eventi davvero fuori del comune. Tra questi la dimostrazione che due curiosi strumenti sonori, usati in combinazione, erano in grado di sfidare le leggi della natura a cui la scienza ortodossa aderisce in modo così rigoroso.

Il primo di questi strumenti era un gong enorme montato verticalmente su un telaio di legno. Aveva un diametro di 3,5 metri ed era composto da tre diversi metalli: la sezione circolare al centro era d’oro massiccio, e attorno a questo c’era un anello concentrico di ferro puro; questi due metalli erano cinti da un terzo anello di ottone di estrema durezza, che apparentemente possedeva una certa elasticità. L’area centrale, invece, era così duttile che un’unghia vi lasciava il segno.

L’aspetto del gong faceva pensare ad un enorme bersaglio metallico. I1 suono che emetteva quando veniva percosso non aveva nulla a che vedere con quelli prodotti da strumenti simili, perchè invece di emettere una potente nota continua e sostenuta, produceva una sorta di tonfo sommesso che cessava quasi istantaneamente.

Il secondo strumento era anch’esso composto da tre diversi metalli, anche se Linauer non fu in grado di identificarli con esattezza. Secondo i suoi calcoli era alto 2 metri e largo 1 (Kjellson non fornisce la profondità), mentre la sua forma viene detta semiovale, simile a quella del guscio di una cozza.

Sopra la superficie concava erano tese longitudinalmente delle corde ed era sostenuto da una struttura che lo manteneva fisso in posizione leggermente rialzata. I monaci dissero a Linauer che quel curioso strumento a corda non veniva suonato né toccato, ma semplicemente cantava in silenzio, emettendo, secondo le parole di Kjellson, <<un’onda di=”” non=”” percepibile=”” risonanza=”” udito=””>> solo quando il gong veniva percosso producendo il suo suono caratteristico.

In combinazione con questi strani strumenti veniva usata una coppia di schermi, accuratamente posizionati in modo da formare un triangolo con i primi due, il cui scopo sembrava quello di raccogliere, contenere e riflettere l'<> emessa dallo strumento semiovale.

Quando fu il momento di una dimostrazione pratica, un monaco armato di una grossa mazza si avvicinò al gong e cominciò a colpirlo traendone una serie di brevi suoni a bassa frequenza che dovevano avere un effetto peculiare sui sensi dell’ udito.

Il gigantesco guscio di mollusco cominciò a emettere quella che immagino fosse una successione di ultrasuoni che, raccolti e deviati, provocavano una temporanea assenza di peso in blocchi di pietra.

Quando ciò avveniva, un monaco poteva sollevare con una sola mano una queste pietre. Linauer fu informato che con questa tecnica i loro antenati avevano potuto costruire la muraglia di protezione intorno all’intero Tibet.

I monaci gli assicurarono anche (ma di questo lui non fu testimone diretto che quegli strumenti, e altri simili, potevano essere usati per disintegrare o dissolvere la materia fisica.

Il prezioso racconto di Linauer sembrerebbe aggiungere argomenti a sostegno della tesi che isolate comunità monastiche nel Tibet più remoto fossero in grado di usare il suono per togliere peso alle pietre. Se riusciamo ad accettare come autentiche storie del genere, si rafforza la probabilità che le leggende arcaiche che in Egitto, in Bolivia, in Messico e nell’antica Grecia raccontano di mura, templi e perfino città costruite con strumenti sonori avevano una base reale, per quanto distorta. Inoltre, il racconto di Linauer sull’ “onda di risonanza” usata per “dissolvere la materia” conferma le scoperte di Christopher Dunn a proposito dell’ impiego degli ultra suoni per perforare il granito da parte  costruttori delle Piramidi

Non disponiamo di elementi per capire come mai isolate comunità religiose tibetane praticassero forme di tecnologia sonica ancora nella prima metà del ventesimo secolo. È possibile che le avessero ereditate da qualche cultura precedente, prebuddista, come quella dei monaci di Bonpo, la religione sciamanica indiana che influenzò profondamente le pratiche rituali del lamaismo tibetano. Altrettanto possibile è che, totalmente prive di contatto con il mondo esterno, le scuole monastiche sviluppassero queste capacità del tutto autonomamente. Forse la loro profonda conoscenza delle leggi universali li mise in rado di scoprire un mezzo con cui controllare le forze della natura in un modo totalmente diverso dalla visione della scienza che ha il nostro mondo.

Per i religiosi del Tibet, le leggi di gravità di Newton e della relatività di Einstein semplicemente non esistevano, quindi non potevano intralciare la via del progresso. Ma se accettiamo questa ipotesi, dobbiamo anche immaginare che la cultura egiziana degli Anziani possedeva un’eguale lettura del mondo tanto che fu in grado di sviluppare una conoscenza delle leggi universali che va al di là dell’immaginazione del mondo scientifico. Se così fosse, dobbiamo anche concludere che è solo il nostro approccio rigido e dogmatico a impedirci di sviluppare tecnologie che non sopportano le restrizioni dei limiti della scienza ortodossa.

La perdita più grave

Riconoscere che il lamaismo tibetano potrebbe aver sviluppato, o forse ereditato, una conoscenza avanzata della tecnologia sonica ci porta a chiedere come sia stato possibile che questa notizia non sia mai trapelata nel mondo occidentale. La risposta a questo inquietante interrogativo è un curioso paradosso. Quando Linauer assisté alle straordinarie proprietà del grande gong e dello strano strumento a forma di cozza, i monaci gli spiegarono che avevano custodito gelosamente i segreti della loro tecnologia perché non venisse sfruttata male nel mondo esterno. Di norma i viaggiatori stranieri non venivano ammessi ad assistere agli effetti prodotti dai loro incredibili strumenti. I monaci precisarono che la ragione di tanta riservatezza era la convinzione che se avesse raggiunto l’Occidente, questo antico potere sarebbe stato sfruttato a fini egoistici e distruttivi, e non potevano permetterlo. Una decisione simile è perfettamente comprensibile; il risultato però è stato che le testimonianze offerte da viaggiatori occidentali come Jarl e Linauer sono le uniche notizie che abbiamo in proposito. Inoltre, la distruzione del lamaismo tibetano a opera della Rivoluzione Culturale cinese già dagli anni Cinquanta ha privato il mondo scientifico della sua migliore occasione di confermare che la tecnologia sonica era ancora praticata negli anni Trenta. Nonostante le affermazioni contrarie della propaganda cinese, l’occupazione del Tibet prosegue oggi più brutale che mai.

Molti esuli tibetani sono perfettamente al corrente delle storie incredibili che parlano di un tempo in cui i loro antenati avevano la capacità di far levitare blocchi di pietra e di disintegrare la roccia con il solo potere del suono. Questa sfida alle leggi naturali è oggi poco più di un ricordo che va rapidamente sbiadendo nella mente di anziani monaci e lama. Che queste antiche scienze siano state preservate per millenni per poi andare perdute nell’epoca moderna è davvero una perdita gravissima.

Leggere i racconti di Jarl e Linauer e rendersi conto che oggi non esistono più neppure i monasteri è un fatto di una tragicità estrema.

Levitazione con uso del suono

Levitazione con uso del suono

La fiamma della conoscenza si era estinta completamente? Esisteva il modo di riattizzarla ricostruendo i fondamenti teorico-fisici alla base di questa scienza apparentemente perduta, nota al mondo antico? Intendevo scoprirlo con ogni mezzo possibile.image

Questo è quanto scrive A. Collins, e cerca con testimonianze storiche di dimostrare come sono state costruite molte Piramidi e Templi in così breve tempo su terreni limitati che non potevano contenere gli operai e le attrezzature necessarie, almeno secondo la nostra conoscenza scientifica.

(a cura di Claudio Prandini)LEVITAZIONE SONORA

LA MUSICA CHE FA MUOVERE LA MATERIA

INTRODUZIONE

MANIPOLARE GLI OGGETTI CON LA

LEVITAZIONE ACUSTICA

Sfruttando la pressione generata dalle onde sonore, è possibile manipolare porzioni microscopiche di numerosi oggetti sia solidi sia liquidi senza un contatto meccanico. Lo ha dimostrato un dispositivo sviluppato al Politecnico di Zurigo, in grado di modulare il campo di levitazione sia nel tempo sia nello spazio, garantendo la possibilità di trasportare e manipolare diversi oggetti simultaneamente (red)

Un nuovo metodo per la levitazione acustica descritto sulle pagine della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” da Daniele Foresti e colleghi, del dipartimento d’Ingegneria meccanica del Politecnico di Zurigo, garantisce un preciso controllo del movimento e una notevole versatilità di utilizzo.

La levitazione è un tecnica per muovere e manipolare gli oggetti nell’aria senza un contatto meccanico, ha numerose potenziali applicazioni in diverse discipline, dalla lavorazione dei materiali alla biochimica. Finora per ottenerla sono stati sfruttati diversi principi fisici, soprattutto, magnetici, elettrostatici oppure ottici, in grado di contrastare la forza di gravità. Tutti però sono limitati alle scale micrometriche e a materiali con proprietà specifiche.

Nel caso della levitazione acustica, un’onda sonora, emessa da una superficie e riflessa da un’altra superficie posta di fronte, è in grado di tenere sospese piccole quantità di materia, come goccioline di liquido, che rimangono intrappolate in punti fissati denominati nodi.

Il metodo sviluppato da Foresti e colleghi, in particolare, è in grado di modulare il campo di levitazione sia nel tempo sia nello spazio, muovendo questi nodi e consentendo così di trasportare e manipolare diversi oggetti simultaneamente. Un aspetto particolarmente interessante è che la manipolazione non dipende dal materiale con cui sono costituiti gli oggetti, aprendo la strada, in prospettiva, all’applicazione nel campo della gestione di materiali tossici, pericolosi o radioattivi.

Gli autori infine hanno dimostrato la versatilità del loro dispositivo con un’ampia gamma di esperimenti. Per esempio, con la levitazione acustica è possibile indurre, senza un contatto diretto con l’apparato sperimentale, la coalescenza e il mescolamento di goccioline di liquido oppure il trasferimento di materiale genetico all’interno di una cellula.

Link con video scientifici:

La levitazione è possibile

QUANDO IL POTERE DEL SUONO VINCE LA GRAVITÀ, E A DIMOSTRARLO È LA SCIENZA

imageFu Henry Kjellson, un ingegnere svedese costruttore d’aeroplani, a raccontare nel libro “The lost techniques”,  la strabiliante esperienza del Dr Jale, il suo amico svedese che, avendo il privilegio di soggiornare in unmonastero tibetano, riuscì a documentare e filmare come i monaci riuscissero a sollevare massi pesantissimi e a spostarli a 250 metri d’altezza, utilizzando unicamente la levitazione acustica.

imageVide con i suoi occhi un fenomeno che per le leggi fisiche del tempo non poteva esistere: col solo suono di tamburi e trombe, i monaci riuscivano a sollevare grosse pietre di pesi differenti dal suolo che, arrivate  a 250 metri più in alto,  con l’aiuto di alcuni yachs, venivano poi ricevute e sistemate da altri monaci. Evidentemente essi hanno sfruttato un’enorme fonte di energia sconosciuta, ma la scienza ufficiale tolse di mezzo i filmati che furono ufficialmente confiscati e secretati dalla società inglese per cui l’uomo lavorava e ancora oggi sembrano essersi volatilizzati.

Ma i tibetani non furono gli unici a conoscere anticamente la levitazione acustica: secondo alcune leggende arabe giunte sino a noi, gli antichi Egizi facevano volare pietre spostandole con la sola forza del  pensiero e con il suono, lasciando così intendere che avrebbero potuto usare questo sistema per la costruzione di piramidi. D’altra parte, i sacerdoti egizi erano depositari delle “Parole del Potere”, insegnate dal dio Thot: se le parole venivano pronunciate correttamente, producevano un modello tridimensionale in risonanza con l’Etere, generando  l’ effetto desiderato o un’ energia.

imageForse la più interessante testimonianza della levitazione è ancora oggi presente nel villaggio indiano di Shivapur: nel cortile collocato all’esterno della moschea dedicata al Santo Sufi Qamar Alì Dervish c’è una pietra cilindrica di oltre 60 kg ed ogni giorno, durante la preghiera, 11 fedeli la circondano mettendosi a ripetere il nome del Santo, fino a raggiungere una certa intensità acustica: a quel punto gli 11 uomini sollevano la pietra, utilizzando un solo dito ciascuno e, terminata la litania, fanno un rapido balzo all’indietro, per evitare di restar schiacciati dalla caduta a peso morto di essa.

Come non citare Walter Russel, che nel trentunesimo capitolo del libro “A new conceptof the Universe” spiega che l’Universo consiste interamente di onde in movimento e che qualunque teoria che non sia in grado di trovare un appropriato posto all’interno dell’onda, a causa di ciò non ha nessun’ altra collocazione  all’interno della Natura. Parole sicure, dure, ma possono resistere indenni ad un esame? Dal lavoro di John Keeky siamo portati a credere sia davvero così. Keely trascorse tutta la sua vita a studiare la forza cosmica misteriosa liberata dai suoi apparecchi, convinto che le vibrazioni del Cosmo producessero una forma di musica le cui ottave, opportunamente accordate, potessero liberare un’energia inesauribile.

imageNell’Universo, dagli atomi alle galassie, tutto si trova in uno stato particolare di vibrazione.
Anche ogni singola parte del nostro corpo ha una vibrazione che deve essere armoniosa per  mantenerlo in salute; e le malattie si instaurano se viene alterata la frequenza vibratoria, naturalmente perfetta, di organi, tessuti e cellule che compongono il nostro corpo. In questo sistema perfetto, i suoni hanno un ruolo fondamentale nel corpo umano e in tutto il Cosmo: se una vibrazione può far ammalare o guarire, ma anche rompere un vetro, probabilmente può anche sollevare un peso. I suoi arcani meccanismi, dotati di sfere metalliche composte da oro, argento e platino, corni in ottone, canne d’organo e fili,  furono fatti funzionare sotto lo sguardo attonito di numerosi spettatori e studiati senza successo dai suoi contemporanei, che volevano ad ogni costo smascherare la frode dello scienziato.

imageL’enigma sotteso a secolari ricerche pare essersi quasi risolto. Sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, è stato descritto un nuovo metodo di levitazione acustica in movimento, sviluppato da un team di ricercatori del Politecnico di Zurigo, capeggiato dall’italiano Daniele Foresti. Come egli stesso spiega, la levitazione acustica, ossia l’utilizzo di onde sonore per mantenere in aria piccoli oggetti, esisteva già da diversi decenni,  ma si trattava di una levitazione statica, in cui gli oggetti vengono mantenuti in equilibro in un certo punto. Per farlo si sfrutta la pressione esercitata dalle onde acustiche e, variandone opportunamente l’intensità e la frequenza, in questo caso infrasuoni, è possibile far ‘galleggiare’ qualsiasi tipo di piccoli oggetti, anche liquidi.

imageIl ventinovenne ricercatore italiano, invece, nell’ambito del conseguimento del dottorato in Svizzera, ha avuto la sensazionale idea di utilizzare tanti levitatori, disponendoli uno accanto all’altro, per capire come far passare la ‘palla’ da uno all’altro e guidare così il movimento di un oggetto. Proprio come in una chitarra, dove la forma fa praticamente tutto, poiché mantiene il controllo delle onde e la risonanza, il segreto del primo levitatore al mondo in grado di manipolare e muovere più oggetti contemporaneamente sta tutto nella sua geometria. In cosa consiste nel dettaglio il suo metodo di levitazione acustica? Sfruttando le proprietà del suono, è possibile manipolare piccole quantità di oggetti solidi o muovere piccole quantità di liquidi, senza alcun tipo di contatto con altri strumenti, quindi evitando interazioni o contaminazioni.

Forza di gravità e tocco provocano deformazioni nei materiali che, seppur minime, possono compromettere la perfetta reazione chimica tra due liquidi o altri tipi di sostanze.

imageLo strumento,  messo a punto nei laboratori svizzeri, permette di muovere oggetti con una sezione fino a 7 millimetri,  senza limiti di lunghezza ed è utilizzabile su qualsiasi tipo di materiale. Il levitatore può muovere gocce di leghe metalliche fuse, che possono essere mescolate insieme per formare nuovi materiali oppure per l’incapsulamento del solido-liquido. Alcuni esperimenti sono stati anche di tipo biologico, dimostrando i vantaggi della levitazione anche per la trasfezione del Dna, ossia inserendo parti di Dna all’interno delle cellule ed evitando alcune delle problematiche che insorgono con le tecniche tradizionali, con potenziali applicazioni  in campo chimico e farmaceutico. Scienza, fisica, musica e medicina sono pertanto termini inscindibili e costantementi interconnessi.

La Levitazione e l’Universo Musicale, di Daniela Bortoluzzi

Articolo pubblicato sul N° 85 di HERA – febbraio 2007

Nel libro The Lost Techniques (traduzione dal titolo originale di Försvunnen Teknik), Henry Kjellson (1891-1962: era un ingegnere svedese costruttore d’aeroplani) raccontò la strabiliante esperienza di un medico svedese suo amico, il Dr. Jarl, il quale ebbe il privilegio di soggiornare in un lamastero tibetano, ospite di un alto Lama con cui aveva studiato molti anni prima a Oxford. Il Dr. Jarl ebbe così la possibilità unica d’imparare molte più cose di qualunque altro straniero, su certe “misteriose” conoscenze dei monaci tibetani…

Riuscì infatti a documentare e filmare come essi riuscissero a sollevare dei massi pesantissimi e a spostarli a 250 m d’altezza, usando unicamente la levitazione acustica.

Vide con i suoi occhi un fenomeno che per le leggi fisiche note non poteva esistere: dei monaci suonavano diversi e specifici strumenti musicali al cui suono grosse pietre di peso diverso si sollevavano dal suolo e raggiungevano un’altura a 250 m più in alto dove, con l’aiuto di alcuni yacks, altri li ricevevano e li sistemavano.

Bruce Cathie, a sua volta, descrisse l’esperienza del Dr. Jarl nel libro The Bridge to Infinity. Ecco una sintesi della descrizione del procedimento descritto nel libro di Kjellson:

I monaci, con 19 strumenti musicali – 13 tamburi e 5 trombe – si sistemavano a formare un arco di 90 gradi (Fig 3) davanti al blocco di pietra. Gli strumenti avevano le seguenti misure:

×          8 tamburi misuravano 1 m di diametro X 1,5 m di profondità X 3mm di foglia d’acciaio, e pesavano 150 Kg;

×          4 tamburi misuravano 0,7 m di diametro X 1 m di profondità;

×          1 tamburo misurava 0,2 m di diametro X 0,3 m di profondità;

×          Tutte le trombe misuravano 3,12 m X 0,3 m.

I tamburi erano tutti aperti sul fondo, montati su pali e rivolti verso i macigni; venivano suonati dai monaci che usavano grandi bastoni in cuoio.

Dietro ogni strumento c’era una fila di monaci che cantavano e suonavano gli strumenti musicali per la durata di quattro minuti.

Appena il suono raggiungeva un certo livello, la grande pietra che avevano davanti si sollevava in aria e iniziava a dirigersi verso la rupe sovrastante, dove degli altri monaci l’avrebbero guidata verso il punto della sistemazione definitiva. La traiettoria durava circa tre minuti e i monaci, dopo il completamento dell’operazione, passavano al trasferimento della pietra successiva, procedendo al ritmo di 5 o 6 ogni ora. Ci fu una volta in cui una pietra si spaccò, a dimostrazione che la forza sonica può essere anche pericolosa e causare distruzione…

Per sollevare un blocco di granito a 250 m d’altezza, ci vuole normalmente un grande sforzo e quindi un’enorme quantità d’energia, in quanto il suo peso specifico è di 2.500-3.000 Kg per m3.

Se ipotizziamo un peso di 2.750 Kg per m3, i macigni di 1,5 m3 dovevano pesare oltre 4 t, e di conseguenza per sollevare a 250 m d’altezza un blocco di 4 t dovrebbero servire circa 1.000 t di sforzo (4 t X 250 m = 1.000 t). Accurati calcoli (che hanno considerato la relazione tra peso, sforzo, misure, distanza e tempo) hanno dimostrato invece che, durante quei 3 minuti, sono stati utilizzati solo 52 kw…

L’analisi delle misure geometriche del processo di levitazione analizzate dal Dr. Jarl in Tibet, dimostrano che le distanze sono relative alla velocità della luce e ad altri fenomeni di risonanza terrestre.

I monaci stavano evidentemente sfruttando un’enorme fonte d’energia sconosciuta, per far levitare gli enormi blocchi di pietra, a meno che la gravità richieda meno forza d quanto crediamo. Ma poiché in quest’ipotesi ci sarebbe comunque la prova che non ne abbiamo ancora compreso i princìpi, la scienza ufficiale fece in modo di togliere di mezzo i due filmati della levitazione ripresi dal Dr. Jarl, che furono ufficialmente confiscati e secretati dalla società inglese per cui lavorava (e benché siano stati “liberati” nel 1990, sembrano essersi “volatilizzati”).

Negli anni ’60 Henry Kjellson si guadagnò la reputazione d’essere una specie di Erich von Däniken svedese. Nel suo libro Sju nätter på Cheopspyramidens topp (Seven nights on the crest of the Great Pyramid) descrisse come riuscì a comunicare col suo Spirito Guida in cima alla piramide usando la “Tecnica di respiro tibetana”, scoprendo che 30.000 anni fa le piramidi venivano usate come laboratori o reattori nucleari…

Recentemente però è accaduto qualcosa che confermerebbe questa antica scienza. Aalcuni scienziati cinesi hanno “scoperto” la levitazione mediante il suono, e cioè quella dei monaci tibetani. A Xi’an, nella Northwestern Polytechnic University, alcuni ricercatori sono infatti riusciti a sollevare piccole sfere di iridio e di mercurio (le sostanze chimiche più pesanti finora conosciute), usando esclusivamente gli ultrasuoni. C’è da chiedersi se il fatto che il Tibet sia stato occupato dalla Cina nel 1950, possa essere una mera coincidenza, o piuttosto la dimostrazione che i cinesi sono riusciti ad appropriarsi di qualche antico segreto tibetano…

I tibetani, comunque, non furono gli unici a conoscere anticamente la levitazione acustica. Secondo alcune leggende arabe giunte fino a noi, “gli antichi Egizi facevano volare le pietre, spostandole con il pensiero e con il suono”, lasciando intendere che avrebbero potuto usare questo sistema per costruire le piramidi.

E d’altra parte i sacerdoti egizi erano depositari delle “Parole del Potere” insegnate dal dio Thot: se venivano pronunciate e intonate correttamente, le Parole del Potere avrebbero prodotto determinati risultati…

Le Parole del Potere producevano dunque un modello tridimensionale in risonanza con l’etere, provocando un effetto desiderato o un’energia.

La Pietra di Shivapur

Ma forse la più interessante testimonianza della levitazione, ereditata da un lontano passato, è ancor oggi presente nel villaggio indiano di Shivapur, nel cortile all’esterno della moschea dedicata al Santo Sufi Qamar Alì Dervish, c’è una pietra cilindrica di oltre 60 Kg. Ogni giorno, durante la preghiera, undici fedeli la circondano mettendisi a ripetere il nome del santo fino a raggiungere una certa intensità acustica: a quel punto, gli undici uomini sollevano la pietra usando un solo dito ciascuno e poi, appena terminano la litania, fanno tutti un rapido balzo all’indietro, per evitare d’essere colpiti dalla pietra che a quel punto ricade a terra a peso morto…

A Bijbihara, a sud di Srinagar, la capitale del Kashmir, è custodita da tempo immemorabile la “Saing-i-Musa” (letteralmente: Pietra di Mosè), detta anche Ka Ka Pal. Si tratta di un “sasso” di 49 chili. Anche in questo caso, se undici persone mettono contemporaneamente un dito sulla base del macigno ripetendo una particolare cantilena (ka ka ka ka), la pietra si solleva da sola. Con un numero diverso di persone, non funziona. Secondo la leggenda, questa pietra simbolizza le undici tribù d’Israele – rimaste dopo che ne fu diseredata una, quella di Levi.

E nell’ambito della levitazione in campo spirituale, è forse ancor più misteriosa quella meditativa, cioè quella ottenuta dai fachiri indiani e dagli stregoni africani – in grado di sollevarsi dal suolo e rimanere sospesi per un certo tempo in assoluta immobilità. Dopo aver raggiunto un grado estremo di rilassamento e di distaccamento dal corpo, la mente di un soggetto immerso in tale meditazione riesce a trascendere la forza di gravità, con il risultato che il corpo inizia a fluttuare verso l’alto rimanendo in equilibrio ad una certa distanza da terra. Anche questo tipo di levitazione può considerarsi acustica, perché viene preceduta dalla recitazione di mantra (in India) o di particolari cantilene (in Africa) e mantenuta ad un particolare e costante “accordo” musicale mediante una respirazione “circolare”, adatta a produrre determinate vibrazioni nella mente e nell’etere…

Tutti questi fenomeni sovvertono ogni legge fisica conosciuta, lasciandoci intendere che ci sono molte Leggi che sfuggono ancora alla nostra comprensione, benché esistano al di là del fatto che ci crediamo o meno. La levitazione acustica – ovvero l’anti-gravità ottenuta per mezzo del suono – è sicuramente uno dei fenomeni quantici più affascinanti che l’uomo tenta di comprendere, usare e sfruttare.

Il lavoro di John W. Keely

“L’Universo consiste interamente di onde di movimento” spiega Walter Russell nel capitolo 31 del libro A New Concept of the Universe. In altre parole: “Non esiste nient’altro che vibrazione” Dopo questa affermazione sconcertante, Russell sferra un ulteriore attacco alla credenza ortodossa di un Universo “materiale”: “Qualunque teoria che non sia in grado di trovare un appropriato posto all’interno dell’onda, a causa di ciò non ha nessun altro posto all’interno della Natura”. Parole sicure, dure e senza mezzi termini, ma possono resistere indenni a un esame? È possibile creare il paradigma di una Natura “strutturata interamente in onde” o Teoria della vibrazione? Investigando il lavoro pioneristico e le invenzioni di John Worrel Keely siamo portati a credere che sia davvero così…

Logicamente parlando, perché possa esistere un paradigma di questo tipo bisognerebbe esprimersi interamente in termini e concetti di vibrazioni, evolvendo – lungo tutto il cammino dell’attività umana – da una serie di idee relativamente semplici a quella molto più complessa dei fenomeni atomici e subatomici.  Per quanto ritenga che sia possibile farlo, di certo non lo sarà in un articolo breve come questo. Ma poiché un’opinione dovrebbe essere dimostrata, penso che le duemila apparecchiature inventate da Keely – tutte basate su questo principio – abbiano mostrato al mondo, in maniera inconfutabile, che ogni singola vibrazione è connessa con tutte le altre.

John W. Keely passò tutta la vita a studiare la forza cosmica misteriosa liberata dai suoi apparecchi, ottenendo dei risultati che nessuno ha mai saputo replicare; il fondamento delle sue scoperte era la convinzione che le vibrazioni del Cosmo producessero una forma di musica, le cui ottave – opportunamente accordate – potessero liberare un’Energia inesauribile. Scrisse perfino un trattato dove spiegò, definì e ordinò le “40 leggi dell’Armonia”, da lui scoperte, dal quale traspare un Universo non solo “musicale”, ma perfettamente armonico e – di conseguenza – mai caotico…

Le sue invenzioni straordinarie dimostrarono che tutte le cose e le energie sono interconnesse; che ogni cosa è costruita da una semplice vibrazione fino ai più complessi accordi (usando i principi universali della sola vibrazione); che  non esiste il Caos nell’Universo; che ogni cosa esiste in virtù dell’armonia tra le vibrazioni che fa che sia ciò che è; che tutte le cose sono intimamente connesse per mezzo della vibrazione simpatica.

Nell’Universo, dagli atomi alle galassie, tutto si trova in uno stato particolare di vibrazione. Anche ogni singola parte del nostro corpo ha una vibrazione che dev’essere armoniosa per mantenerci in salute; le malattie, infatti, si instaurano nel momento in cui viene alterata la frequenza vibratoria naturalmente perfetta di organi, tessuti e cellule di cui è composto il corpo umano. Ci sono anche vibrazioni più o meno armoniose che interagiscono a livello sottile tra corpo, mente e spirito.

In questo sistema perfetto, i suoni hanno un ruolo fondamentale nel corpo umano come in tutto il Cosmo; se una vibrazione può far ammalare o guarire, ma anche rompere un vetro, probabilmente può anche sollevare un peso. E questo dev’essere stato il primo ragionamento che portò lo scienziato americano John Worrell Keely (1827-1898) a sperimentare il modo di sfruttare la risonanza per eliminare la forza di gravità…

Forse era anche a conoscenza del fatto che i lama di alcuni monasteri tibetani riescono a spostare pesanti rocce ad un particolare suono emesso dalle loro trombe. Strana “coincidenza”, che ciò avvenga proprio nei luoghi famosi per le recitazioni dei mantra alla particolare frequenza vibrazionale sintonizzata… con il Cosmo (uno degli argomenti trattati nel mio ultimo libro “Anima Cosmica – 2012: l’ora della Verità”, Melchisedek Edizioni)!

O forse Keely era semplicemente molto dotato intellettualmente e psichicamente, e questo gli aveva consentito di concepire strumenti basati su una forza energetica correlata all’armonia dei centri laya eterici…

Tuttavia, mentre su Nikola Tesla sono stati scritti moltissimi libri, non si parla praticamente mai di John Worrell Keely (i cui studi lo portarono a percorrere dei binari di ricerca non troppo lontani da quelli di Tesla) e oggi egli è praticamente dimenticato. Eppure, le invenzioni di Keely sono tuttora ancor più enigmatiche e controverse di quelle di Tesla, soprattutto per quanto concerne alcuni strani macchianari in grado di sollevare pesanti oggetti senza alcun intervento di forza fisica o meccanica. Tra l’altro, la maggior parte degli schemi e dei diagrammi sono scomparsi e i macchinari stessi furono quasi tutti distrutti dal suo inventore, che morì in povertà.

Reinvenzione di un’antica scienza

Keely fu un vero pioniere nella trasformazione dell’acqua in idrogeno e ossigeno – senza calore o elettricità – e riportò, un secolo fa,  imprese così straordinarie che la scienza di oggi non è ancora in grado di replicare. Per mettere in moto i suoi macchinari, lavorò con il suono e altri tipi di vibrazioni e di onde. Il principio fondamentale era la risonanza, o vibrazione per simpatia.

Per liberare le molecole d’energia dall’acqua, ad esempio, Keely versava un quarto di litro d’acqua in un cilindro – all’interno del quale una specie di diapason emetteva un particolare suono – vibrando così all’esatta frequenza per liberare l’energia. C’è da chiedersi se in questo modo rompesse – separandole – le molecole d’acqua, liberando l’idrogeno, o se liberasse piuttosto una più primaria forma di Energia!

Qual era la forma di Energia in grado di far funzionare le sue invenzioni? Si parlò perfino del Vril, la misteriosa forza cosmica cercata invano da Hitler, in grado di distruggere – in mani sbagliate – anche l’intero pianeta.

Forse l’ambiente esoterico che Keely frequentava al suo tempo poté in qualche modo influire sulle sue intuizioni o sul suo lavoro.

Kelly mise a punto migliaia di apparecchiature, una più incredibile dell’altra e tutte basate sul principio della vibrazione per simpatia ottenendo levitazione. Keely fu in grado di far restare a galla nell’acqua una sfera metallica di un chilo o di farla sollevare nell’aria solo mediante il suono emesso da un corno, così come di farla affondare o cadere emettendo una nota differente. Ma l’apparecchio che riassumeva tutte le caratteristiche degli altri, e che gli valse importanti sovvenzioni, fu il “Liberatore”, uno strumento in grado di liberare “forza eterica”, e che subì svariate modifiche per adattarsi alle più diverse applicazioni; il primo esemplare, costruito nel 1872, pesava oltre 22 tonnellate.

Nikola Tesla, Jules Verne e Tomas Edison furono sono alcuni dei testimoni della genialità di Keely, la cui fama spinse alcuni finanzieri a investire ben cinque milioni di dollari. Infatti, nel 1874, John Worrell Keely, insieme ad alcuni industriali di Philadelphia, fondò la Keely Motor Company, nata per la ricerca, la costruzione, la manifattura e il marketing del Keely Motor, un motore concepito e disegnato sui principi della vibrazione e delle forze latenti liberate durante l’implosione dell’acqua.

Nel 1878 riuscì anche a ridurre moltissimo le dimensioni del “Liberatore” (che passò così da 22 a 3 tonnellate), e col tempo arrivò a costruirne uno della dimensione d’una scatola di fiammiferi e un altro in grado di disintegrare il quarzo, vale a dire la roccia più dura al mondo…

La cosa fondamentale per il funzionamento delle sue invenzioni, al di là delle caratteristiche tecniche, era riuscire preventivamente a fissare l’accordo di massa, vale a dire: intonare le vibrazioni dell’apparecchio usato in quel momento, quelle delle persone presenti, degli oggetti della stanza, della stanza stessa… in modo che vibrassero tutti alla stessa ottava. Per questo scopo era necessaria una meticolosa preparazione prima di ogni esperimento: bisognava accordare tutto in modo che venisse prodotta “una” nota, solo quella!

Una propulsione antigravità

John Worrel Keely aveva inventato anche un sistema di propulsione basato su un vapore “polare” ricavato dall’acqua fredda e dall’aria… completamente diverso da quello “caldo”, e molto più economico.

Nella primavera del 1890 riuscì a far alzare un modellino metallico di astronave del peso di 3 Kg. Keely affermava che eccitando la massa metallica d’una cabina volante di qualunque peso, questa può essere sospesa e propulsa grazie all’attrazione vibratoria negativa sviluppata, tenendola in “simpatia” con il vapore polare della Terra. Spiegava che bisognava trovare la connessione simpatica tra etere luminoso (o vapori del cielo), e vapori radianti (o terrestri) che, attraverso la loro interazione (tensioni solari contro condensazioni terrestri), causano la corrente polare e i fenomeni di questo genere.

Un giorno, mentre stava usando la cosiddetta “attrazione simpatica negativa” per far funzionare un macchinario, sperimentò per la navigazione aerea un’altra forza, un'”opposizione” all'”attrazione simpatica negativa” – pensando che poteva trattarsi della stessa forza che regola lo scostamento dei pianeti uno dall’altro. Secondo Keely, infatti, tale fenomeno poteva derivare probabilmente da semplice propulsione polare, benché l’avesse definito in altre occasioni come gravità.

Per spiegare questo concetto, dichiarò: “Il potere della propulsione terrestre e dell’attrazione celeste è di salire, mentre quello della propulsione celeste e dell’attrazione terrestre è di scendere. Certe vibrazioni polari o antipolari possono intensificare una o l’altra di queste qualità in modo da provocare il predominio di una delle due. Intensificare quella celeste causerà la levitazione della massa metallica con una velocità proporzionale alla concentrazione della portata dominante sulle “terze” negative dei suoi accordi di massa, determinando così l’alta radiazione neutra insieme all’attrazione celeste. Un’astronave del peso di qualunque numero di tonnellate potrà, quando il mio sistema sarà completato, levitare e fluttuare nello spazio con un movimento lieve come una piuma o con la velocità di un ciclone. Con la forza del bombardamento corpuscolare i suoi movimenti potranno variare secondo il necessario per uso commerciale, ad ogni altezza desiderata e ad ogni velocità”.

I suoi arcani meccanismi – dotati di sfere metalliche (composte da oro-argento-platino), corni in ottone, canne d’organo e fili (che potevano essere dello stesso metallo delle sfere, o anche solo in seta) – furono visti funzionare dai numerosi spettatori intervenuti a molti espirimenti, e studiati senza successo dai suoi contemporanei… che volevano scoprire qualche frode da parte dello scienziato. Ma nessuno seppe mai spiegarsi quale fenomeno facessero sollevare le sfere al suono di una sola (ma specifica) nota ottenendo levitazione.

A volte era un fischio, altre volte il suono cupo di un corno… e questi suoni liberavano una forza straordinaria in grado di polverizzare o sollevare una roccia.

E fu proprio l’apparecchio in grado di disintegrare la roccia a determinare in qualche modo la fine della carriera di questo geniale inventore, peraltro molto sfortunato economicamente. Dopo anni di altalenante fortuna in un mercato ostile a idee come quelle di Keely – durante i quali finì anche sull’orlo del fallimento – e dopo aver ottenuto i finanziamenti per costruire uno strumento che avrebbe cambiato l’industria mineraria, entrò in conflitto con i suoi stessi sponsor, ai quali rifiutò di rivelare il segreto della misteriosa Energia da lui scoperta e impiegata. In un momento di collera, distrusse quasi tutte le sue invenzioni e gli schemi di costruzione, preferendo eclissarsi.

Le sue macchine, attualmente, funzionerebbero ancora? Che fine hanno fatto? Mistero. E anche la loro forza motrice, influenzata dall’esoterismo, rimane avvolta nel mistero. I documenti che potrebbero rispondere a questi quesiti sono andati incredibilmente persi, insieme ai disegni e agli schemi che permetterebbero di replicare i suoi macchinari.

Parallelismi con gli antichi

Parlando delle intuizioni che portarono John Worrel Keely a sfruttare un’Energia inesauribile (oltre che pulita e gratuita) grazie alle vibrazioni, non possiamo tuttavia evitare di ripensare alle affermazioni dell’ingegnere americano Christopher Dunn a proposito delle caratteristiche acustiche rilevate all’interno della Grande Piramide di Giza, e alla vera funzione della Piramide stessa, che sarebbe stata, secondo lui, un generatore di idrogeno (per non parlare dei riscontri di trivellazioni eseguite con tecniche sonar nella diorite e nel marmo, che non lasciano il benché minimo dubbio sul tipo di strumentazione usata dai costruttori della Grande Piramide)…

Non possiamo poi non pensare alla Frequenza Shuman, ossia alla frequenza base della vibrazione terrestre, che potrebbe essere collegata alla Grande Piramide (in grado forse di impedire l’inversione dei Poli nel momento in cui la Terra raggiungesse il “Punto Zero”, ossia si fermasse) e alle tracce lasciate [nella Grande Piramide] dall’acqua nella Grotta sotterranea o del Caos, evidenze di una qualche attività “meccanica” di produzione di energia, del resto presente anche nella parte superiore dello Djed (o Zed) sapientemente “murato” all’interno della Piramide, per non liberare all’esterno l’energia prodotta. Una forza terribile, se messa in mani sbagliate. Era dunque davvero il Mash-Mak, la “miscela” energetica retaggio di quella razza “divina” sopravvissuta in parte in Egitto?

Il cerchio si chiude, ma l’enigma rimane irrisolto.

Fonte: http://energialiberagratis.altervista.org/levitazione-con-uso-del-suono/

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