Far ammalare per testare i vaccini. È etico?

Mai come oggi il mondo attende con il fiato sospeso un rimedio contro la pandemia.

Al momento vi sono 78 progetti di vaccini già approvati. Qui. E sono decine le terapie usate off label sui malati gravi che stanno rientrando in nuove sperimentazioni. Dagli anticorpi monoclonali agli anti malarici, dagli anti virali alle cellule staminali, dagli antiparassitari agli anticoagulanti, dal cortisone all’ozonoterapia. In ogni Paese vi è un brulicare di proposte. In Giappone si sta cercando di realizzare un prodotto formulato con gli anticorpi del plasma delle persone guarite. Cliccate qui e qui e qui e qui.

Vi è anche tanta – comprensibile – fretta. Ci si chiede perciò se il desiderio di fare presto, e nel caso dei vaccini, di arrivare per primi, non porti poi a “un altro” problema di salute pubblica, il venir meno delle regole di sicurezza. Su Scienze del 27 marzo, Seth Berkley, chief executive officer of Gavi, the Vaccine Alliance, si chiede se il primo vaccino a tagliare il traguardo sarà anche il più sicuro ed efficace. “O – domanda – saranno i vaccini più finanziati a diventare disponibili per la prima volta, o forse quelli che usano le tecnologie dei vaccini con il minor numero di ostacoli regolamentari?”

La nostra attenzione è caduta sul lavoro intitolato: “Studi sulle sfide umane per accelerare l’approvazione dei vaccini contro il coronavirus” proposto dall’università di Harward qui, e ripreso da Nature, qui.

Di prassi, di un vaccino, si testano prima la sicurezza e poi l’efficacia. Si parte dai test in vitro, non sempre si passa attraverso le prove su animali e poi si arriva all’uomo. Dapprima con numeri poco rappresentativi, via via con sempre più partecipanti. Il tutto richiede dai diciotto mesi ai due anni. Quando si parla di efficacia di una vaccinazione ci si riferisce alla presenza di anticorpi nelle persone vaccinate. Si presume che un certo livello di anticorpi indotti faccia da scudo nei confronti dell’infezione (quando questa si presenterà, se si presenterà). L’efficacia stimata è riportata sul bugiardino di ciascun vaccino. In passato gli studi condotti su cavie per trovare un vaccino contro altri coronavirus sono stati deludenti (si è verificata in alcuni casi la morte delle cavie. Olsen CW. A review of feline infectious peritonitis virus: molecular biology, immunopathogenesis, clinical aspects, and vaccination. Vet. Microbiol. 36(1-2),1-37 (1993).).

Dopo 16 anni dalla comparsa della SARS, non esiste ancora un vaccino. 

La sfida umana

Anche il lavoro dell’università americana suggerisce un modo per velocizzare l’iter di approvazione dei vaccini. Come? Proponendo una “human challenge trial“. Di reclutare un centinaio di volontari sani, fra i 20 e i 45 anni facendoli ammalare “sotto osservazione”. A un primo gruppo si somministra il nuovo vaccino da testare, a un secondo gruppo un placebo. I test sono “in cieco”, ossia i partecipanti devono ignorare ciò che assumeranno.

Poi tutti quanti verrebbero esposti all’infezione da virus Sars Cov-2.

Si parla anche di un terzo gruppo di volontari che dovrebbe contrarre il virus in maniera progressiva per capire quale sia la dose minima infettante. Questo gruppo andrebbe sottoposto a un’escalation di infezione crescente. Per capire se il vaccino, qualora non riuscisse a proteggere dalla malattia, possa ridurre qualche sintomo.

I ricercatori a questo punto precisano che “i giovani adulti sani sono a rischio relativamente basso di malattia grave a seguito di infezione naturale” e che “durante la sperimentazione riceverebbero frequenti controlli e a seguito di malattia avrebbero le migliori cure”.

Quali cure, ci si chiede. Ma tant’è. Nature nel presentare la sfida pare quasi giustificare il …sacrificio dei giovani. È scritto: “Potrebbe anche essere curiosamente più sicuro per alcuni aderire allo studio piuttosto che attendere una probabile infezione e quindi provare a fare affidamento sul sistema sanitario generale”.

Nature prosegue spiegando che “normalmente si lascia che gli esseri umani si offrano volontari per fare cose rischiose. Ad esempio si acconsente che le persone facciano volontariato nei servizi medici di emergenza durante questo periodo. Ciò aumenta significativamente il rischio di essere infettati”.

L’autore conclude con una precisazione: è importante non pagare troppo i volontari per garantire “un alto livello di fiducia nel pubblico”.

È descritta, infine, una terza fase del progetto. Dopo l’escalation e il challenge trial si testa il vaccino su 3.000 volontari per capire se il prodotto è innocuo ed efficace (rilascia anticorpi nei soggetti) in condizioni normali, cioè senza indurre l’infezione. Tuttavia, secondo gli sperimentatori, questa fase potrebbe arrivare anche dopo la messa in commercio del vaccino a causa della fretta generata dalla pandemia.

È etico far ammalare per testare un vaccino?

Abbiamo chiesto più pareri sull’eticità della proposta dell’Università di Havard già sostenuta dalla rivista Nature. Al momento hanno risposto Silvio Garattini, professore di Farmacologia, ricercatore e medico, Ivan Cavicchi, professore di Medicina, di Sociologia delle organizzazioni sanitarie e di Filosofia della medicina e Luciano Eusebi, professore di Diritto penale, già membro del Comitato nazionale per la bioetica e presente (anche in questi giorni) nei comitati etici di due ospedali.

Silvio Garattini:

“Non penso che sia fattibile perché il virus non è innocuo. Ciò che si fa in questi casi è di iniettare il vaccino a soggetti sani e osservare se dopo qualche settimana si formano anticorpi. A questo punto si utilizzano gli anticorpi per vedere se sono in grado di inattivare il virus in vitro e negli animali d’esperimento”.

Ivan Cavicchi:

“Per prima cosa occorre chiedersi quanto tempo si guadagnerebbe nel procedere in questo modo. Se fossero solo due settimane, non ne vale la pena.

I tempi delle sperimentazioni sono ineludibili. Per testare la sicurezza su animali e su uomini, ci vuole tempo. Da esperto di etica medica non comprimerei neanche un giorno. È gia capitato in passato che si trascurasse questo aspetto. E la ricaduta è stata enorme, per il danno biologico, ed economico. Le aziende furono costrette a ritirare il farmaco.

E se si trattasse di velocizzare solo la fase che valuta l’efficacia?

“Anche questa seconda fase ha bisogno di test su animali e uomini, occorre sempre tempo. Sono contrario a omettere le garanzie. Prefiggersi un vaccino entro un anno è già uno sconto. Servono almeno 18 mesi”.

Nei periodi di emergenza non si rispettano più tutte le regole.

“Vero. Stiamo già vivendo in periodo di deregulation completa (pensiamo alla quantità di denaro che sta arrivando da ogni parte senza regole o al fatto che i nuovi medici assunti non hanno sostenuto l’esame di Stato). Uno dei problemi che dovremo affrontare sarà portare nuovamente il sistema dentro le regole. Non è difficile allestire letti e macchine ma dove sono gli anestesisti e gli infermieri specializzati?”.

Tornando alla sfida umana?

“In linea teorica sul piano scientifico non è impossibile che si faccia. Quanti galeotti sono stati arruolati in passato per testare farmaci o vaccini? Si tratta però di una deroga alla regola e, come la regola, ha bisogno di un’autorizzazione specifica, in genere politica. Tuttavia non basta stabilire che una cosa si possa fare, occorrono delle garanzie…Sempre di vita si tratta”.

Luciano Eusebi:

“Sono alquanto diffidente quando, facendo riferimento all’emergenza in atto, si propone di abbandonare alcuni criteri ampiamente riconosciuti della ricerca e della pratica medica, secondo valutazioni di efficienza che non è affatto detto giovino agli stessi risultati. Pensi solo all’idea, che qualcuno lasciava emergere nelle settimane scorse, della esclusione “a priori” di certe categorie di malati dalle terapie (per esempio secondo l’età), quando invece qui (abito a Brescia) gli ospedali hanno sempre agito nelle scorse settimane, per quanto mi risulta, sulla base dei criteri di proporzionalità relativi a tutti i parametri in gioco, come è giusto che sia, di una data persona, cercando di dilatare all’inverosimile gli strumenti disponibili (soprattutto intensivi e subintensivi).

Sulla ricerca e i vaccini, noi, in Italia, sulla base delle norme europee e internazionali, non abbiamo mai consentito sperimentazioni sulla base del semplice consenso (e, di fatto, sulla base di una remunerazione economica di persone povere), bensì avviamo sperimentazioni soltanto sulla base della valutazione fra rischi e benefici per i soggetti coinvolti e di molteplici parametri scientifici, in questo modo garantendo anche la qualità delle sperimentazioni e l’attendibilità per l’appunto scientifica dei loro esiti. Di fronte all’emergenza, possono essere velocizzati alcuni passaggi delle fasi di sperimentazione, ma non possono essere scardinati i cardini di quest’ultima. C’è, del resto, un’ampia esperienza sulle modalità di validazione dei vaccini. Tra l’altro, pare che si sia favoriti anche dal fatto che il coronavirus infetta anche animali. E credo che a quelle modalità si debba fare riferimento. Ovviamente cercando nei tempi brevi di sperimentare al meglio, come si sta facendo, farmaci utilizzabili per chi è attualmente contagiato”.

OMS

Cosa ne pensa l’OMS? Al contrario dei professori Garattini, Cavicchi e Eusebi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità approverebbe. Nel 2016, infatti, aveva ipotizzato uno human challenge trial simile a quello proposto oggi dall’università di Havard, anche senza epidemia.

Leggete qui.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/locati/2020/04/12/far-ammalare-per-testare-i-vaccini-e-etico/

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